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Due passi nel volontariato
Il volontariato moderno è un fenomeno associativo e organizzato. Nella nostra società, sempre più individualizzata e dominata dai principi utilitaristici, l’associazione di volontariato permette di dare non solo maggiore efficacia all’azione del singolo, ma anche, di rafforzare le sue motivazioni condividendo obiettivi comuni a tutti gli altri appartenenti all’organizzazione.
Esso diventa così un movimento associativo socialmente riconosciuto in quanto apprezzato dai cittadini a cui si rivolge e dalle autorità pubbliche. L’organizzazione fornisce quindi una identità sociale che, per chi voglia impegnarsi, facilita la scelta iniziale di aiutare il prossimo e contemporaneamente rende più credibili e affidabili i servizi e gli aiuti che vengono offerti in modo gratuito e spontaneo.
Sebbene l’accesso alle associazioni di volontariato sia facile e diretto, scegliere di fare il volontario presenta non poche difficoltà che tuttavia non sempre vengono prese in considerazione, fare il volontario infatti, vuol dire affrontare una nuova esperienza che richiede non solo tempo, come erroneamente spesso si crede, ma anche energie materiali e psicologiche, significa valutare correttamente le proprie capacità e le proprie predisposizioni ma, soprattutto, questa scelta implica l’apertura ad una relazione con l’altro il quale, il più delle volte, è totalmente estraneo e lontano dal nostro modo di pensare e di vivere. E’ proprio questo incontro con chi è a noi del tutto sconosciuto a rappresentare la sfida più difficile ma anche la sua ricchezza. Realizzare questa relazione richiede non solo disponibilità e apertura verso il prossimo ma anche coraggio, competenza, creatività e stabilità emotiva. L’esperienza del volontariato appare quindi, dal punto di vista di chi la compie, ricca di potenzialità, complessa e stimolante, ma non priva di ambivalenze e pericoli dei quali è sempre opportuno essere coscienti, perché là dove manca questa consapevolezza, è alto il rischio di abbandono del servizio. Generalmente le Associazioni preparano il volontario a questo incontro con corsi di formazione che permettono, per esempio, nel caso dell’assistenza in ospedale, la conoscenza del reparto in cui si andrà a prestare sevizio e del malato, ma soprattutto cercano di fornirgli degli strumenti necessari per stare accanto alla persona che soffre, con rispetto, empatia e accettazione riconoscendo i suoi bisogni, la sua unicità, il suo essere persona, senza però dimenticare i propri bisogni, la propria unicità e il proprio essere persona. L’azione del volontario sarà quindi rivolta a sostenere, aiutare e promuovere il benessere di chi sta vivendo una difficoltà,“semplicemente” ascoltando e accogliendo tutto quello che può nascere da quell’incontro. E’ importante riconoscere l’umanità e l’individualità di chi sta di fronte, una persona alla quale la malattia ha tolto non solo la salute ma spesso anche la dignità. La sofferenza è un vissuto soggettivo che pervade l’intera vita modificando la qualità delle relazioni, i sentimenti, gli affetti; spesso è accompagnata da una profonda solitudine, da una rabbia sorda, da ansia e angoscia di morte. E’ necessario, quindi, che il volontario sia ben preparato a questo incontro, che sappia riconoscere, accogliere e contenere le emozioni presenti senza farsi spaventare dalla loro intensità. Questa presenza tranquilla, normale, rimanderà al paziente la sensazione che ciò che prova può essere tollerabile e accettabile. Accade così, a volte, che il paziente cominci il proprio racconto, non solo la storia della malattia ma anche la storia della sua vita, mettendo in ordine eventi e ricordi, cercando di dare a quello che sta vivendo un diverso significato. Nel racconto i malati possono ancora esprimere il loro essere persone vitali, meritevoli di rispetto e piene di dignità. Al volontario viene richiesta una qualità di presenza, più che di azione, unita ad una buona capacità di comunicazione che gli possa permettere di mettersi autenticamente in relazione con l’altro.
La capacità di ascolto, di entrare in empatia, di accogliere il paziente senza giudicare e senza attribuirgli caratteristiche che non gli appartengono, possono essere considerati “gli strumenti” del volontario, per cui anche attività semplici, come l’assistenza durante il pasto, diventano momenti di per sé curativi, poiché la relazione d’aiuto si struttura in modo competente e professionale. Il significato che assume questo incontro diventa così un tassello importante per stimolare le potenzialità del malato; in più, la competenza relazionale permette di gestire in modo funzionale il sostegno che diventa arricchente e gratificante per l’operatore senza essere un salasso energetico. Chi è dunque il volontario? E’ una persona che sulla base di un reciproco riconoscimento umano “dona“ tempo, capacità di relazionare, risorse a chi sta vivendo una difficoltà, assumendosi la responsabilità dell’altro, liberamente e gratuitamente.
Proprio la gratuità è il carattere che comunemente viene considerato distintivo dell’impegno volontario, lo qualifica come una azione benevola non determinata da intenzioni utilitaristiche, che ha come unico fine quello di aiutare il prossimo. L’assenza di una ricompensa non svaluta l’impegno anzi lo rende ancora più prezioso, perché la sua soddisfazione dipende dal raggiungimento degli obiettivi della associazione a cui appartiene. Questa caratteristica, inoltre, implica l’assenza di obblighi contrattuali per cui l’impegno diventa la conseguenza di una scelta libera che chiama il volontario, con l’unico scopo di sostenere chi vive uno stato di sofferenza fisica o morale.
La gratuità, la libertà, l’autonomia tuttavia non possono spiegare da sole che cosa spinge una persona ad aiutare un perfetto sconosciuto e non escludono la presenza di motivazioni “egoistiche”, per esempio interessi professionali o bisogni di carattere psicologico legati all’esigenza di prevalere sugli altri, di sentirsi utili, necessari. Sicuramente il volontario ottiene dall’attività che svolge una significativa gratificazione personale che gli permette di sostenere nel tempo il proprio compito, anche quando subentreranno gli obblighi che derivano dalla relazione con l’altro e dalla partecipazione associativa. Acquisire una formazione adeguata, usando le tecniche e gli strumenti dell’ascolto, permette di gestire tale impegno nel modo migliore, ottimizzando energie e tempi sia nei confronti del malato che dell’associazione. Inoltre apprendere il Counseling permette la conoscenza del proprio confine relazionale per far si che ogni tipo di incontro sia funzionale al raggiungimento degli obiettivi. Si sceglie di fare il volontario perché, come membro della società in cui si vive, si desidera di poter fare qualcosa per renderla più solidale e protettiva; oppure per tradurre in pratica il proprio credo religioso, o ancora si vuole costruire relazioni significative, profonde che toccano l’umanità di altre persone, o mettersi alla prova e fare nuove esperienze per acquisire capacità, superare difficoltà e problemi. Non si tratta quindi di una attività “sacrificale” ma di una azione sociale che arricchisce e gratifica chi la pratica; credo infatti di aver ricevuto più affetto, gratitudine e condivisione di quanto sono mai riuscita ad offrire. In fondo come diceva un noto poeta contemporaneo l’altro è un me stesso spostato nel tempo o nello spazio. Quando mi prendo cura di lui, quando accolgo le sue paure, quando cerco di dare risposte soddisfacenti alle sue richieste, non faccio che prendermi cura di me, delle mie paure e delle mie sofferenze, così il dono che faccio all’altro è un dono che l’altro mi permette di fare a me stessa. |






